Nella gabbia dei giorni
sono uccello muto, assordato
che vorrebbe ancora riuscire a cantare.
E invece mi contento di averti nello sguardo
o nelle mani che è lo stesso
davanti al piatto della sera.
Spingo tutto in quest’ora di promessa alla fine di giornata
fino all’ora tarda in cui il corpo chiama.
E spingo allora ancora la speranza sulla punta dello spillo del minuto,
del tempo soffio che ci separa dalla notte
volendoti, non volendoti lasciare.
E così fino a che lentamente l’ombra avanza
e la coscienza si richiude,
scrigno nero di impresenza, grido muto,
quiete senza riflessione. Notte.
Notte II
8 febbraio 2012 di Mosé Barlibò
