Leggendo le lezioni di Ghirri sulla fotografia, realizzo come io sia poco capace di uno sguardo misericordioso, di sorpresa nello sguardo. Ho sempre uno sguardo duro, che invece di inchinarsi alle cose, vuole farle capitolare con la scure del boia. Incontrando sguardi come quello di Ghirri, provo la sensazione dolorosa di un bene perduto, l’acuta nostalgia di una casa mai ritrovata. Sono migrata, mi sono esiliata e non sono più riuscita a tornare a casa. Solo il peso e il calore del corpo animale sono stati per me tane transitorie. (…) Ogni luogo in cui mi sono fermata, quello era un luogo prima o tardi da lasciare.
Ora che ho acconsentito di avvicinarmi a casa, quello che mi manca è lo sguardo familiare, che si posa delicatamente sulle cose: delicato, intimo, mai freddo, che incontra le cose come se le cose gli fossero amiche, da sempre, mentre per un’emigrante migrante le cose sono prede da afferrare, godere e dimenticare. (…)
