Il sentire – un contatto di familiarità amica con quanto ci circonda e con la vita stessa – riesce a preservarci, è ragione a se stesso e si basta.
Credo che impegnarsi a rimanere nel sentire sia un buon modo per tenerci al riparo dalle domande sul senso, che devono esserci, ma come momenti razionali di riflessione e progettazione. Se diventano invece spie di infelicità, di smarrimento, dobbiamo avere la forza di ascoltare il vuoto che rimandano, perché sotto il vuoto prima o poi fa sempre capolino l’io, il sé, l’esserci, e l’esserci che si sente è sempre gioioso.
