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Apparenze

C’era una volta una rana che si ritrovò gettata nell’acqua. Non quella del solito stagno, ma pur sempre acqua: e lei continuò a nuotare. Poi iniziò a sentire caldo, prima un poco, poi sempre di più, e il caldo aumentava e aumentava. Ma la ranocchia non si dava pena perché pensava che sì, era certo la stanchezza, ultimamente non si era proprio risparmiata. Razionalizza e razionalizza… alla fine si ritrovò bollita perché non si era accorta che era in una pentola e sotto avevano acceso il fuoco!

E poi c’è la storia di un’altra rana che, gettata nel latte insieme a una compagna, iniziò ad agitarsi e a menare furiosamente le zampette finché piano e piano… non si ritrovò nel burro!

E infine c’è la rana che, sospettosa, si rifiutava di trasportare lo scorpione sul dorso per fargli attraversare il fiume. Ma lo scorpione riuscì a convincerla: ragiona, come potrei pungerti? Morirei anch’io! Be’, a pensarci bene, sarebbe un assurdo, pensò la rana. Eppure lo scorpione, a metà strada, la punse proprio, la rana…

Acqua, fango, brodo primordiale. Esseri anfibi che attraversano i due mondi del sopra e del sotto. E la pioggia di rane che cadono alla fine di Magnolia, il secondo flagello che si abbatté sugli egiziani. L’inconscio che si fa conscio. Le tenebre separate dalla luce. Il rospo che diventò principe. Il girino che diventa batrace. Fecondità e trasformazione.

Segni

Quest’anno, molto più che in passato, sento il bisogno di un gaberiano gesto naturale. Sarà che è stato un anno di rivoluzioni e rivolgimenti del tutto inaspettati; di fitto progressivo incupimento ma anche di spiragli e speranze (Pisapia, Los indignados, Zuccotti park, Monti!…); di aria pesante e ombre sempre più lunghe sulla questione lavoro.

Ma qualche giorno fa, al pensiero della frenesia natalizia che ci avrebbe colto di lì a poco, il mio demone ruggente si è risvegliato e spiazzando il mio interlocutore gli ho proposto di annunciare alle persone care che quest’anno il tradizionale regalo di Natale avrebbe lasciato il posto all’antico segno: non solo e non tanto di Natale, ma soprattutto di Qualità, Economia, Sobrietà e della nostra (debole, minoritaria, forse superflua e inefficace, ma del tutto autentica) posizione contro l’accumulo, lo spreco e la pressione al consumo.

La mia proposta: cose pensate per bene e magari anche raccontate per bene, in cui chi dà e chi riceve si possano riconoscere, senza troppa alienazione, pesantezza e sensi di colpa. Questo il mio impegno. Lo esprimo e ve lo porgo perché magari diventa fortunosamente contagioso. E quest’anno abbiamo visto la forza e la velocità con cui certe energie si sono propagate.

Bellezza

E ancora la tua bellezza mi conquista.

Ché non mi basterà più né scultura né fotografia per trattenere il tuo sguardo radioso, i morbidi rilievi disegnati dagli angoli delle tue labbra.

Potrei richiamare ogni tua espressione. Quando mi ascolti con gli occhi che sorridono, quando la gioia esplode in te la sera, mentre stai curando la carne davanti al fuoco o mentre guidi e io mi volto per scrutarti il profilo.

C’è in me un grande, vorace desiderio di fermarti, trattenerti, averti e possederti come si fa con un’intuizione, un’immagine segreta che sia sorta a tua insaputa, un’attrazione irresistibile che vorresti sopraffare.

Di contro a questa estetica ossessione, l’esperienza del buio della sera: del caldo che a letto ci facciamo, dove sentendoti ti ho interamente, senza scarti né pulsioni. Come mai accade, ti ho e ti assaporo; ti annuso, ti tasto, ti misuro. Nel silenzio vivido e sapiente della sera ho di te quell’esperienza una, non divisa, dell’amore che accorda i cuori nella pace.

Cattive madri

Corpi colabrodo, continuamente avidi e voraci, incapaci di trattenere, sono il risultato di nidi spazzati dal vento, paesaggi invernali di alberi nudi, qualche tiepido raggio di sole che a stento trapassa la cappa grigia e fa in tempo a lasciare solo un’acuta nostalgia.

La fedeltà, la perseveranza, la fiducia, la fede, la speranza: virtù antiquate che hanno bisogno di ardore e calore per svilupparsi.

Figure

Solo la verità crea destini. Ti conduce lungo labirinti da cui alla fine emergono figure, e solo le figure – segni significanti – sembrano la condizione in grado di darci la pace, perché svelano un ordine, un che di divino, la traccia più pura di un’intenzione superiore.

Visione

G. Segantini, L'angelo della vitaLa mia mente dispersa. La mia profonda inquietudine. Si tratta di tener ferma questa visione. Per parte mia non posso che contribuire alimentando le condizioni per continuare a sentire la verità della dispersione, dell’irrequietezza.

Quando questo è visto, qualcosa scatta e interrompe quell’adesione (identificazione) così cementificata perché inconsapevole. Riconoscere è già istituire una prossimità, dare un segnale di avvicinamento e a volte perfino di amicizia. Un avvicinamento caloroso, prodotto da un interesse profondo per ciò che si riconosce, una vicinanza che non lascia le cose inalterate.

Gratitudine

La gratitudine vuole rimanere pura fino in fondo. Impedisce che rimangano tracce dello scambio, come sarebbe un grazie, troppo simile a quello che diciamo quando ci passano il sale a tavola o anche quando ci fanno passare davanti alla cassa del supermercato e abbiamo fretta. Così come non vuole parole che vadano a riempire, convalidare, rafforzare quello che proviamo.

Vera gratitudine esige che si rispetti la fonte che l’ha generata. Che si rispetti la gratuità del dare nella maniera più coerente e pura possibile: continuando a dare. Se la gratitudine genera un nuovo dare, si può considerare pienamente espressa e ricambiata, e nondimeno non estinta.

Caravaggio

L’avevo battezzato con giudizi impietosi. Precorritore del barocco, della sua drammaticità e fisicità, della cupa e tormentata coscienza moderna, del buio controriformistico.

La mia preferenza andava senza alcun dubbio al chiarore rinascimentale, non tanto alla noiosa serenità agreste delle scene mitiche, quanto all’intricata selva di simboli che intessono le tele di Piero della Francesca, Botticelli, Leonardo, Crivelli, dei fiamminghi. Mi piace la pittura come testo, da godere esteticamente e da interpretare, posta a un livello elevato di mediazione. Nessun richiamo alla carne, alla violenza, al basso.

Caravaggio, Bacchino malato

Come al solito schizzavo subito al piano dello spirito, che supera dialetticamente lo psicologico. E invece Caravaggio è interessato proprio alla psiche, alla psiche incarnata, come mostra l’attenzione alle sfumature espressive dei volti, oltre che al vero con le nature morte (precetti di Leonardo sulla fedeltà al vero, acquisite dalla pittura lombarda).

 

Rientro

Sindrome da rientro?! malinconia? inappetenza? disturbi fisiologici?

 

Ma qui siamo nel bel mezzo della terza settimana di ripresa, l’organismo si è perfettamente adattato alle nuove condizioni, la memoria è stata spianata liberando spazi vergini pronti ad accogliere catene pressoché infinite di informazione. Le ruote cerebrali sono perfettamente oliate, le postazioni tutte occupate, le curiosità vacanziere soddisfatte, i riti sociali assolti: tutto è saturo, ogni interstizio preventivamente riempito per impedire al vuoto – al VUOTO, mostro buco nero belzebù dei tempi moderni serpe che ci tenta – per impedire al vuoto di materializzarsi e insinuarci infidamente anche solo un esile dubbio, un tentennamento. Ogni minimo inceppamento può essere fatale, e certo noi non vogliamo attentare al bene comune della produttività!

Sentire II

William Morris, Rami di saliceSpesso, per mancanza di spazio, il sentire non emette eco e rimane sordo come un suono che in uno spazio ristretto e chiuso non può dispiegarsi (ecco, l’inferno). Per questo lo yoga mi è così congeniale, perché tutto è predisposto unicamente per creare le condizioni atte ad accogliere il sentire.

Sento allora, a dispetto della mia capacità di risonanza, tutta la potenza che emani e che ancora mi conquista e mi avvince. Rimango spalancata alla luce come un girasole, attendo l’ombra, ma senza tristezza.

Non è forse l’astuzia segreta/ di questa terra che sa tacere,/ quand’essa sollecita gli amanti così/ che ogni cosa, ogni cosa s’esalta nel loro sentire? (R.M. Rilke, Elegie Duinesi, IX)

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