C’era una volta una rana che si ritrovò gettata nell’acqua. Non quella del solito stagno, ma pur sempre acqua: e lei continuò a nuotare. Poi iniziò a sentire caldo, prima un poco, poi sempre di più, e il caldo aumentava e aumentava. Ma la ranocchia non si dava pena perché pensava che sì, era certo la stanchezza, ultimamente non si era proprio risparmiata. Razionalizza e razionalizza… alla fine si ritrovò bollita perché non si era accorta che era in una pentola e sotto avevano acceso il fuoco!
E poi c’è la storia di un’altra rana che, gettata nel latte insieme a una compagna, iniziò ad agitarsi e a menare furiosamente le zampette finché piano e piano… non si ritrovò nel burro!
E infine c’è la rana che, sospettosa, si rifiutava di trasportare lo scorpione sul dorso per fargli attraversare il fiume. Ma lo scorpione riuscì a convincerla: ragiona, come potrei pungerti? Morirei anch’io! Be’, a pensarci bene, sarebbe un assurdo, pensò la rana. Eppure lo scorpione, a metà strada, la punse proprio, la rana…
Acqua, fango, brodo primordiale. Esseri anfibi che attraversano i due mondi del sopra e del sotto. E la pioggia di rane che cadono alla fine di Magnolia, il secondo flagello che si abbatté sugli egiziani. L’inconscio che si fa conscio. Le tenebre separate dalla luce. Il rospo che diventò principe. Il girino che diventa batrace. Fecondità e trasformazione.







